Intervista a Nicola Romani, opposto della serie C maschile

-Nome?

“Nicola”.

-Soprannome? 

“Diversi..attribuiti dai vari tifosi delle squadre in cui ho giocato..Spider-Nick per i Blue Boys di Correggio…Zar Nick per quelli di Chiusi.. Nick va benissimo!!”.

-Ruolo?

“Opposto”.

-Numero?

“Cambiati tanti negli anni..sono legato all’11 al 2 e al 7..ho vinto campionati e Coppe con tutti questi numeri..impossibile cambiare!

A Bottega non potevo non avere l’ 11, il numero di famiglia a Bottega”.

-Piatto e drink preferito?

“Pizza e birra”.

-Nicola, la prima domanda nasce quasi scontata, come ti sei avvicinato al mondo della pallavolo, a che età e dove, ma soprattutto perché?

“Diciamo che non potevo fare altro sport. Mio padre è stato giocatore e poi allenatore di questa società, per cui fin da molto piccolo sono cresciuto a latte e pallavolo. Il mio gioco preferito è sempre stato un pallone. Ricordo i pomeriggi al mare fin da piccolino a giocare in acqua con mio padre. uno dei ricordi più belli della mia infanzia. Ho iniziato a giocare ufficialmente con  i primi corsi all’età di 6 anni in questa società, ma in molti/e che sono stati allenati da mio padre si ricorderanno di me, sono sempre stato la “mascotte” delle sue squadre”.

-Quali sono state le tue tappe della tua lunga carriera?

“Hai detto proprio bene Dani, è stata una lunga carriera,ma non è ancora finita. Ti dico solo che me sono andato che ero appena maggiorenne ancora senza patente, per poi tornarci la scorsa stagione dopo 16 anni in giro in per l’Italia.

Le tappe sono state tantissime, dalla serie B2, alla serie A2, passando da  Morciano di Romagna, Spoleto, Taviano, Correggio, Bellaria, Scandiano, Chiusi e Osimo”.

-Scivolando all’indietro e tuffandosi nella scorsa stagione, dove avete dominato il campionato, pensi anche tu che, oltre alla superiorità tecnica, l’ulteriore arma in più sia stato il gruppo e l’intensità con la quale vi siete approcciati ad ogni gara, sia che giocavate con un team forte che uno più distanziato da voi in classifica?

“Direi che, chi ci ha seguito da fuori senza vederci possa pensare che sia stata una stagione trionfale chiusa solo con due sconfitte. La realtà è stata diversa, abbiamo iniziato la preparazione senza palleggiatori, anzi con uno solo, Omar, al quale abbiamo chiesto di rimettersi le scarpe da gioco e abbandonare il ruolo di secondo allenatore. Però mi sento di ringraziare tutti i miei compagni, perché abbiamo lavorato tutti nella stessa direzione e ogni singolo elemento della rosa ha contribuito in maniera decisiva al raggiungimento del risultato. Poi per quanto mi riguarda, il gruppo mi ha aperto le porte dello spogliatoio, e il fatto di avere anche alcuni amici con i quali sono cresciuto ha fatto il resto. Eravamo dei fratelli che il sabato andavano in battaglia e non volevano uscire sconfitti”.

-Ora arriva una domanda banale che ti avranno certamente fatto in tanti, ovvero qual è il rapporto giocatore-allenatore con il coach Marco Romani, visto che è tuo padre?

“Guarda, da questo punto di vista entrambi abbiamo sempre evitato questo rapporto fin quando sono rimasto in società. Io non volevo essere allenato da lui e lui penso non abbia mai seguito una mia partita e mai parlato con i vari allenatori. Mi ha iniziato a seguire quando ho lasciato la società. Poi la casualità ha voluto che nelle mie esperienze fuori mi è capitato di giocare con la figura padre allenatore e figlio giocatore ed è stata una piacevole scoperta. Le due figure potevano coesistere, per cui avendo osservato questo rapporto per tre anni, la scorsa stagione è stato facile, basta fare semplicemente il giocatore e dimenticarsi del fatto che sia tuo padre, lui è semplicemente il mio allenatore all’interno della palestra”.

-Sicuramente visto il talento che hai sempre espresso in campo, non dubito che avrai avuto diverse proposte come mai sei rimasto a Bottega?

“Le proposte non sono mancate sia la scorsa stagione che quest’estate, anche dalla nuova categoria A3. Ma avevo sposato un progetto la scorsa stagione, anche grazie ad una persona che purtroppo non c’è più…”.

-Coach Marco Romani punta alla Coppa Marche, ed una salvezza senza il fiato sul collo in questo vostro ritorno in serie C, condividi? “Guarda la serie C è l’unica categoria che non ho mai disputato (assieme alla Superlega), e faccio fatica a darti notizie al riguardo. Per cui per quanto abbia particolare confidenza con la Coppa Italia, anche la Coppa Marche è una competizione che non conosco. Ma posso assicurarti che lavoreremo duro in palestra e i risultati saranno la normale conseguenza del nostro lavoro”.

-Quest’anno sarai tu il capitano, come interpreterai questo ruolo oltre a portare le paste per tutti?

“Sì, lunedì sera mi hanno comunicato questa cosa e ho detto che porterò le paste. Ho ricoperto già questo ruolo in campo e in diverse squadre, nel rapporto con gli arbitri, ma questo è solo l’aspetto marginale, perché il difficile è esserlo a 360 gradi all’interno dello spogliatoio e questa sarà la prima esperienza. Un’ulteriore responsabilità, ma sono pronto”.

-Una famiglia di pallavolisti, fra tuo padre, tu e tua sorella. Quando vi ritrovate parlate di pallavolo o è un argomento tabù?

“Diciamo che i momenti passati in famiglia tutti insieme (visto che mia sorella Carlotta gioca fuori) sono veramente pochi e quelle poche volte ci sono tantissime altre cose di cui parlare che l’aspetto sportivo diventa marginale più che un tabù”.

-Sei anche tu così scaramantico come il coach?

“Beh..essendo il figlio non puoi crescere diversamente.. ahahaha!”.

-Come vedi Signo come secondo allenatore?

“Signo, oltre che essere un amico, è stato fino alla scorsa stagione il capitano, per cui per me sarà un punto di riferimento con il quale mi confronterò e al quale chiederò consigli qualora ci fosse bisogno. Credo che sia una figura fondamentale per tutti noi, cambia solo la prospettiva e la visione del suo nuovo ruolo nel quale si è già calato e penso proprio che farà benissimo, perché quando ci si mette passione i risultati possono essere solo positivi”.

-Una tua parziale valutazione tecnica dopo i primi allenamenti, della squadra di quest’anno?

“Sono rimasto stupito quando ci hanno comunicato la data fissata per il 19 agosto. Però, ad essere sincero, non vedevo l’ora di rimettere le scarpe ai piedi, visto che avevo finito la stagione la prima settimana di Aprile. Valutazioni tecniche… difficile in questo momento dove i carichi sono tanti e si lavora principalmente sul fisico”.

-Chiedo sempre di spiegare a chi ci legge da fuori e che non conosce cosi bene la pallavolo perché magari non ha mai giocato, come interpreti da dentro il campo il tuo ruolo di 4, ovvero di attaccante?

“La scorsa stagione, all’inizio, soprattutto, mi sono calato anche nel ruolo di ricettore/schiacciatore all’interno della partita ed erano anni che non lo facevo. Ma in realtà il mio ruolo prevede “solo” il compito di attaccare, mi è sempre piaciuto ricevere tanti palloni, soprattutto quelli dei finali di set punto a punto”.

 

-Tutti parlano della Pol Bottega come di una famiglia allargata è vero? Se sì, ci puoi spiegare il segreto di questa magia?

“Guarda posso dirti che ho mosso i primi passi in questa società, mi hanno permesso di coronare un sogno andando a giocare in categorie superiori, e mi hanno aperto nuovamente le porte di casa dopo tanti anni. Ho trovato la stessa passione ed entusiasmo di allora. Fin dal primo giorno del mio rientro mi sono sentito a casa, come se non me ne fossi mai andato”.

-Fuori dal campo di gioco chi sei cosa fai nella vita? Cosa ti piace e cosa odi?

“Da un paio di anni ho la fortuna di lavorare in un centro medico, Mi piace trascorrere il mio tempo libero con la mia famiglia e stare assieme agli amici di sempre. Purtroppo o per fortuna, odio la sconfitta, è più forte di me, non voglio perdere nemmeno quando gioco con le mie figlie (ahahahahaha…!)”.

-Il tuo ricordo di Alberto Renda che era molto legato a voi, in particolare modo a tuo padre?

“Sì, qui Dani, potrei stare delle ore a parlare. Ti dico solo che lui ha spinto tanto affinché tornassi a casa, a dire il vero volevo pure smettere, perché visto il lavoro facevo fatica a conciliare il tutto. Mio padre mi ha raccontato di questo suo desiderio, di vedermi nuovamente con i suoi colori, a ridosso dei 50 anni della società, non potevo deluderlo.

Lui è stato uno degli allenatori che mi ha formato in questa società,e anche l’ultimo prima del ritorno quest’estate  per cui gli sarò sempre legato”.

-Alberto prima di andarsene ci lasciato questa idea del Blog, che io sto cercando di portare avanti come posso nel suo ricordo. Onestamente parlando, lo segui, e cosa ne pensi?

“Certo che lo seguo. Credo di aver letto tutti gli articoli che hai pubblicato. Alberto mi aveva confidato di aver imparato ad utilizzare l’ipad, lui che non voleva nemmeno il cellulare, e giustamente ci aveva visto bene, oggi la tecnologia è il mezzo di comunicazione più diretto per poter raggiungere un numero sempre maggiore di persone, e lui che scriveva articoli per i quotidiani ne aveva capito l’importanza per far conoscere quella che si può definire la sua “creazione” la Pol. Bottega.

Ti ha scelto, e non poteva fare scelta migliore, la tua passione per quello che fai appartiene a chi si impegna da anni con premura affinché una società storica come questa possa andare avanti.  Per cui grazie, anche se la prossima volta fammi meno domande”.

-Siamo arrivati alla fine, ai momenti dei ringraziamenti e dei saluti. I tuoi a chi vanno?

“Innanzitutto ai miei genitori e sorelle, che mi hanno sempre appoggiato e supportato nell’inseguire i miei sogni, a mia moglie che mi ha regalato due splendide bambine, loro sono quotidianamente la vittoria più bella.

Alcuni amici/compagni che mi avranno fatto non so quante telefonate la scorsa estate  affinché tornassi a giocare con loro e non smettessi.

Poi a tutte le persone che gravitano intorno alla società, perché grazie alla passione che mettono ognuno nel proprio ruolo sarà permesso di festeggiare a questa società i suoi 50 anni di storia.

Vi aspetto numerosi sulle tribune… Abbiamo bisogno del vostro sostegno!!”.

 

Ad Maiora

 A cura di Danilo Billi

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